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UNA PREMESSA
E’ DIVENTATO  un “caso”. In pochi anni Sergio Marchionne, l’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, ideatore e realizzatore stesso dell’accordo, “acquisto”, o baratto che dir si voglia, geniale e unico nel suo genere nella storia del business automobilistico, è diventato un personaggio di cronaca non stop. Giornali, radio, TV, web, non manca giorno che da qualche parte non se ne parli. E libri. L’ultimo l’ho comprato a Roma prima di partire per Detroit: il titolo è solo in parte originale, “La Strategia del Maglione”, e lo ha scritto una giovane giornalista, Maria Elena Scandaliato per l’editore Aliberti.

Il maglione del manager (cui di recente si è aggiunta la barba) è ormai un

Sergio Marchionne alla conferenza stampa del salone di Detroit 2012

copyright ineludibile ma fin’ora non era stato abbinato direttamente alla “strategia” di chi lo indossa come una divisa, rigorosamente sempre dello stesso colore. Ed è soprattutto della strategia rivoluzionaria quanto rivolta a un passato che si riteneva superato, che l’autrice si occupa nel suo libro-analisi molto più vicina a Paolo Flores d’Arcais che al senatore Ichino. Così, lasciata Detroit per New York, ho pensato di segnalarlo e chiederne un’opinione via e-mail a un vecchio amico che a Detroit avevo potuto vedere solo di sfuggita. Uno di quelli che di cose dell’auto se ne intende molto, che ha studiato a fondo il caso Fiat-Chrysler come molti altri fino a diventare un “Marchionne boy”,  insomma uno “informato dei fatti” del mondo automotive con cui vale sempre la pena di confrontarsi. E di cui per questo rispetto la privacy. E’ stato uno scambio privato di opinioni, anche molto discordanti, i cui contenuti, però, essendo di pubblico interesse, sembrano adatti ad essere condivisi con i lettori e provocare magari un dibattito più ampio. La conversazione è inevitabilmente abbastanza lunga ma, spero, non troppo noiosa. Eccola, così com’è avvenuta: una conversazione digitale fra amici su un libro appena uscito. 

PRIMA RISPOSTA
 CLAUDIO, non conosco il libro. Dopo la tua mail, ho gugolato e, nel sito dell’editore Aliberti  ho trovato questo testo:
«Lascerò la guida di Fiat-Chrysler nel 2016» ha dichiarato Sergio Marchionne, durante una conferenza stampa in Michigan. Eppure la promessa americana non ha tranquillizzato nessuno. Tra quattro anni, infatti, l’amministratore delegato più famoso d’Italia avrà già portato a termine buona parte della sua missione strategica. Dal primo giugno 2004, data del suo insediamento a Torino, il manager italo-canadese è riuscito a demolire pezzo dopo pezzo il sistema delle relazioni industriali italiane, riportandolo a una dimensione antica, quasi “vallettiana”.
Ha svuotato di contenuti il contratto nazionale di lavoro, sostituendolo con “accordi” (che sarebbe più onesto definire “imposizioni”) a misura d’azienda; ha ricattato gli operai di Pomigliano e Mirafiori, costringendoli a sottoscrivere un odioso peggioramento delle loro condizioni di vita; ha chiuso fuori dalle fabbriche l’unico sindacato che si opponeva ai suoi piani – la Fiom – imponendo un illegale divieto di sciopero e una flessibilità da lui stesso definita «bestiale». Infine, si è sbarazzato di ogni residuo vincolo normativo portando il gruppo Fiat fuori da Confindustria: una secessione storica, senza precedenti, che segna il superamento definitivo non solo di un modello ma di un’intera epoca industriale, vittima di una globalizzazione sempre più selvaggia e irrazionale.
Di questo e molto altro è stato capace Sergio Marchionne, nell’Italia della grande crisi economica. Ecco perché il “personaggio” – dai tratti senz’altro caratterizzati – è odiato e amato al tempo stesso, destinatario di una serie infinita di epiteti, imitazioni e caricature. Tuttavia, le doti straordinarie attribuite al supermanager – nel bene e nel male – andrebbero ricondotte alla sua funzione e al contesto in cui si è trovato a operare. In fondo Marchionne non ha fatto altro che il lavoro per il quale è lautamente pagato. Ovvero «generare profitto, unico fine dell’impresa», come diceva Cesare Romiti. È il sindacato, piuttosto, ad aver tradito la sua missione naturale, ad aver smesso di combattere al fianco dei lavoratori. Sergio Marchionne conduce la “lotta” al fianco della propria “classe”, che è quella dei padroni. E lo fa con ottimi risultati. Ai lavoratori, in ultima istanza, la scelta di combattere per se stessi e per la propria dignità. Con o senza il sindacato.”
(Questo testo è parte della presentazione, non firmata, pubblicata nei battenti di copertina del libro)

 SECONDA  RISPOSTA
Claudio, tu scrivi: “A me sembra molto buono anche tenuto conto che l’autrice è una giovane.” Chi ha scritto questa presentazione attribuisce ad “una giovane” un paragone con Valletta, liquida  “un’intera epoca industriale” con un giudizio: “…è vittima di una globalizzazione sempre più selvaggia e irrazionale”, denuncia che  “ha ricattato gli operai di Pomigliano e Mirafiori, costringendoli a sottoscrivere un odioso peggioramento delle loro condizioni di vita.
Lasciamelo dire alla mia maniera, che è discutibile come tutte le opinioni e che ha e vuole avere una caratteristica: prende atto della realtà, ad occhi aperti e senza bugie. Se è vero, come scrive l’editore della Scandaliato, che siamo alle prese con “una globalizzazione sempre più selvaggia e irrazionale”, orbene, se uno vuole competere e non soccombere, non ha altra strada se non quella di attrezzarsi adeguatamente. Diversamente, diventa esso stesso vittima. Nel senso che scompare, muore, kaput, fine. Gli altri non sono viole mammole o madame della sanvincenzodepaoli. E la gran parte di loro ha alle spalle sistemi paese un tantino diversi (non interessa il giudizio, si deve guardare con chi ci si confronta) da quello italiano.

Il 14 dicembre 2011: lancio della Panda a Pomigliano

Quanto al’”odioso peggioramento delle loro condizioni di vita”, se uno legge i reportage di Andrea Malan sul Sole e di Paolo Griseri su Repubblica dopo una visita allo stabilimento della Jeep di Toledo non sembra che gli operai della Chrysler soffrano le pene dell’inferno. Quanta retorica a buon mercato e quante frottole si raccontano. Il “welfare state” possiede tanti plus, ma sembra portare in seno il gene dell’entitlement. A mio avviso, è il gene della sconfitta.
Secondo me, la verità vera che rende la Fiat di Marchionne scomoda è che l’Italia sta scoprendo, per la prima volta nella storia recente (e non solo) del Paese, che qualcuno sta dando vita a una vera e propria multinazionale dell’auto partendo da Torino. Ben sappiamo che le aziende multinazionali italiane sono una merce molto rara (per chi ha buona memoria, i fallimenti di Carlo De Benedetti e Pirelli insegnano; Lo Vecchio è uno dei pochissimi esempi, ma gli occhiali non sono sexy come le auto).
Noi diciamo che i francesi, i tedeschi, gli inglesi sono arroganti. Noi italiani siamo non solo arroganti, ma anche superbi. Noi “sappiamo”, “abbiamo visto tutto”, “Roma ha dominato il mondo e quindi possiamo insegnare agli altri”. Anzi, gli altri devono seguire e copiare noi. Perchè noi siamo nel giusto e gli altri sbagliano. 

 LEGGI QUESTE DUE RIGHE :
“…Tuttavia, le doti straordinarie attribuite al supermanager – nel bene e nel male – andrebbero ricondotte alla sua funzione e al contesto in cui si è trovato a operare. In fondo Marchionne non ha fatto altro che il lavoro per il quale è lautamente pagato. Ovvero «generare profitto, unico fine dell’impresa», come diceva Cesare Romiti.”
“Lautamente pagato”: nella presentazione del libro, sul sito di Feltrinelli, si può leggere: “…una busta paga mille volte più alta di quella di un operaio.” 
T’interessa sapere che il totale dei dipendenti di Fiat SpA, Chrysler, Fiat Industrial è 250.000? Vale a dire ci sono 250.000 persone il cui stipendio è in qualche modo legato alle decisioni prese da Marchionne.  Secondo te, interessa a qualcuno sapere che non percepisce uno stipendio da Chrysler, anche ora che la società ha pagato, con gli interessi, tutti i soldi ricevuti dal Tesoro americano e dal Canada. Lasciando perdere i confronti con i suoi pari.
La disonestà intellettuale mi sembra la materia prima di cui l’Italia ha riserve inesauribili. Si racconta quel che serve, con frasi/slogan ad effetto, per dimostrare una tesi prestabilita, deliberatamente omettendo quel che non serve. E ancora: “…generare profitto, unico fine dell’impresa”: orrore. Il catto-comunismo continua a imperversare. Non dico inneggiare a Calvino, ma piantiamola con questa ipocrisia.

Pomigliano: foto di gruppo con gli operai. Da sinistra: Olivier Francois, Gianni Coda, Sergio Marchionne e il presidente della Fiat John Elkan

Quanto allecelebrazioni” di Marchionne a Detroit e a Washington (trovo grandioso che diano tanto fastidio in Italia), non bisogna essere grandi conoscitori degli Stati Uniti per affermare che essi derivano essenzialmente da due cose: la sfida di chi ha visto la morte in faccia (Chrysler era stata condannata a morte il che comporta non avere lavoro e neppure sussidi, scivoli, cassa integrazione) e i risultati fin qui conseguiti. E, credimi, non è una passeggiata nel parco. Un esempio per tutti: ebbe sì i soldi da Obama, visto che nessuno voleva nemmeno sfiorare Chrysler. Ma al tasso d’interesse del 20 per cento. Ma Chrysler – checché se ne dica nello stivale – era l’unica soluzione per cercare di dare un futuro al settore auto della Fiat e, dunque, dell’Italia (sicuramente non mi vorrai ricordare Alfa/Ford. Per almeno due motivi: Marchionne non c’entra e – secondo – guarda cosa hanno fatto i tuoi amici della Ford con Jaguar/Volvo/Mazda e la GM con Saab). Adesso, per proseguire, o ci si attrezza per competere, o si soccombe.  E se la montagna non va a Maometto, è Maometto che deve salire sulla montagna.  Se conosci Maria Elena Scandaliato, diglielo. Dimenticavo: il libro sicuramente tratterà approfonditamente il tema della sovracapacità  produttiva. E dunque …..

 da CLAUDIO 
Caro amico mio, non pensavo di aprire un dibattito ma solo di segnalarti un libro. Ormai ne esce uno al giorno sul “Caso SM” e non è un… caso. Ti ringrazio, però, per i tuoi commenti a quel poco che hai potuto leggere (il libro si compone di 307 pagine), ma se tanto mi dà tanto dubito che potresti accoglierne i contenuti che a me sembrano in generale espressi con serena pacatezza e ben documentati. Le opinioni, naturalmente, sono altra cosa e diventa sempre più difficile confrontarle (semmai è stato facile): ad

Il presidente della Fiat Jhon Elkan parla a Pomigliano anche <a nome della mia famiglia>

esempio, chiunque immagina che lo stipendio di Marchionne (non importa quanto cospicuo) sia coperto da chi gestisce il gruppo, cioè da Fiat,  anche se non è ancora azionista di maggioranza.  
Ma a parte questo,  chi è condannato, suo malgrado, a vivere in Italia e non sta dalla parte dei predatori (mi “consenta”, dottore) è fin troppo stanco di tutto. Sai bene di che parlo: siamo arrivati alla stessa insofferenza ma forse per motivi diversi. I predatori democraticamente eletti, e ora nascosti dietro i professori con le armi spianate, hanno spazzolato via ogni cosa, ci hanno portato al rischio della bancarotta e ora ci dicono che dobbiamo pagare i debiti della LORO cattiva gestione anche impegnando la prima casa (forse presto si dovranno donare di nuovo le fedi alla patria con la p minuscola).
Lasciamo perdere, parlo a un caro amico cui voglio bene davvero, come faccio con l’altro nostro comune amico. Lui, da giornalista, mi ha già bacchettato  per aver citato nel mio ancora stentato blog, dopo il lancio della Panda a Pomigliano, il pezzo sul Corriere di Massimo Mucchetti. E mi ha elencato anche lui una serie di cose complementari alle tue osservazioni. E’ chiaro che affetto e stima per quanto profondi non implicano sempre la condivisione delle idee. Dipende sempre dai punti di vista. Neppure il contratto di lavoro giornalistico (l’unico che conosco bene) lo prevede nei confronti dei direttori: come in fabbrica, rispettare la linea è un dovere nell’ambito delle regole e delle leggi, la condivisione no, hai sempre la libertà di andartene. Non di essere cacciato. Riconosci qualcosa?

FIAT, una storia italiana
Da quando ho cominciato questo lavoro troppo tempo fa nel 1962, mi ritrovo davanti i grandi dibattiti sul <problema> Fiat. Gli uomini passano, il problema resta, è questo che non riesco a metabolizzare. Quello che fa bene alla Fiat fa bene al Paese? Lo diceva Valletta e lo ricorda la Scandaliato. NO, questa non va, non è così, non è mai stato così, ma se si osa solo accennarlo è lesa maestà.

Vittorio Valletta, presidente della Fiat dal 1946 al 1966

Io ho vissuto Valletta da ragazzo apprendista stregone, la censura alla cronaca nera perché le Fiat non potevano essere coinvolte in incidenti, il monopolio del mercato nazionale senza prendere rischi esportando all’estero come facevano tutti i concorrenti. E ancora, le frontiere chiuse agli investitori stranieri (vedi la teoria di Mucchetti) e poi via via lungo tutto il resto fino a Romiti e Ghidella (<troppo autocentrico> secondo l’Avvocato pilotato dal brillante pupillo di Cuccia), Garuzzo (anche lui ha scritto un lungo libro censurato), fino ad oggi. E dopo tanti Maestri dov’è arrivatala Grande Mamma che faceva bene al Paese? Sono “falliti” entrambi. Ora è il momento di Marchionne, ma passerà anche lui.La Fiat invece resterà, anche se forse solo di nome, proprio grazie a lui che non è uno dell’automobile, un “car guy” come dite voi in America e come era Ghidella che i soldi li faceva con le macchine ma andavano a finire altrove. (Prima che lo cacciassero).

 I manager e la collina del (ricco) disonore
“Lui”
è dunque il salvatore della Sacra Famiglia e giustamente lo pagano per questo come si paga il luminare della medicina perfino quando ti ammazza, figuriamoci se ti salva la pelle, non importa come. La famiglia Ford paga, credo molto di più, Mulally (che i soldi pubblici non li ha voluti). I manager vanno pagati e non a ore ma per le responsabilità che hanno (o dovrebbero avere), come i comandanti delle navi anche se vanno sugli scogli col mare piatto, o i Cimoli che preparano la strada alla “bad company” di Alitalia. O i Wagoner che portano alla bancarotta GM primo costruttore al mondo. Ora, in un modo o nell’altro <tutti godono (ricchi) sulla collina> (perchè non scrivere una parodia di  Spoon River dei manager, o dei monager come diceva un nostro amico?). Bene, allora: Marchionne è bravo?

Ancora a Pomigliano

Marchionne è un genio che suscita gelosie? Marchionne è l’ultimo Messia e qualcuno si permette di non applaudirlo? Ma si, sono polemiche sterili, tempo e righe buttate, tanto il fiume scorre solo verso il mare comunque. Mi parli di disonestà intellettuale? Ci nuotiamo dentro, ma sei davvero convinto che sia solo dalla parte dei critici, di una “certa sinistra” o della Fiom? A me sembra un costume comune e sempre più esteso. Si gioca con carte false, per difendersi o per attaccare, fa lo stesso. E chi può, fa gli affari che deve.
Perché, poi, non hai citato la frase dal frontespizio del libro (non conosco la  Scandaliato ma la cercherò per inoltrare il tuo anonimo ma autorevole messaggio), dopo la battuta di Romiti?  <E’ il sindacato, piuttosto, ad aver tradito la sua missione naturale …… Sergio Marchionne conduce la “lotta” al fianco della propria “classe”, che è quella dei padroni. E lo fa con ottimi risultati. Ai lavoratori, in ultima istanza, la scelta di combattere per se stessi e per la propria dignità. Con o senza il sindacato>. E’ così disonesta, amico mio, e catto-comunista l’aspirazione alla dignità del lavoro?

Il profitto d’impresa non fa orrore, è e deve essere nell’ordine naturale delle cose. Purché non sia fatto sulla pelle di qualcuno. Attenzione, non alludo solo agli operai di Marchionne, ma al problema di fondo di cui parlavo prima: la Fiat, di cui SM è l’ultimo autista di turno, ha sostanzialmente barato in tutta la sua storia: i dividendi agli azionisti le perdite agli italiani. Dirai, come dice la stessa Fiat a chiunque la faccia, che è una battuta rozza o ad effetto, ma su questo si potrebbe davvero fare i conti storici, numeri alla mano e senza dibattito.
Ci sono aziende nazionali “strategiche” che hanno più responsabilità di altre, come lo è stata la Fiat da

La nuova Chrysler Dodge Dart realizzata con ampio uso della componentistica Fiat sul pianale dell'Alfa Giulietta

sempre o quasi, scegliendo il ruolo di azienda privata ma anche di bandiera: <Quel che fa bene alla Fiat fa bene all’Italia> lo dicevano <loro>. Oggi non lo dice più neppure Marchionne che nel suo intervento alla presentazione del bilancio 2009, il 26 marzo 2010, riferendosi alla fine degli incentivi, disse testualmente: < Non vogliamo condizionare nessuno. Quello che è bene per l’Italia, andrà bene anche per la Fiat>. E continuò < C’è, però, una cosa da aggiungere: non esistono rapporti a senso unico. La Fiat– allo stesso modo – merita stima, rispetto e libertà>.
Scusa amico mio. Davvero non c’era intenzione di creare un simile epistolario, ma mi conosci. Sono sempre stato un velleitario Robin Hood, ho anche piazzato qualche buona freccia. Ma alla fine, in un paese come l’Italia, la voglia di essere giornalisti intellettualmente onesti, dalla parte del consumatore-lettore, paga per poco. La gente dimentica, l’industria no. Eppure non smetterò di lavorarci, di cercare di capire chi sia davvero questo Signore e come finirà davvero la partita. In Italia.

 TERZA RISPOSTA
CLAUDIO , tre brevi commenti:

1) Gran parte del tuo scritto si riferisce al passato, alla storia. Io trovo di gran lunga più utile occuparmi del lavoro proiettato verso il futuro; analizzare laicamente  il contesto nel quale uno opera proprio allo scopo di contribuire nella costruzione di un futuro. Marchionne, come altri, sta offrendo questa opportunità;

Alan Mulally, presidente della Ford

2) “E’ il sindacato, piuttosto, ad aver tradito la sua missione naturale”. Ti ricordo, per brevità, almeno un caso: UAW (il sindacato Usa) pre-2009. Ovvero tirare la corda fino a quando si è rotta. Non lo chiami  tradimento?

3) “Come la famiglia Ford paga, credo molto di più, Mulally (che i soldi pubblici non li ha voluti)”: a) 56.5 milioni di dollari; b) nel 2009, Ford ha chiesto e ottenuto dal Ministero dell’Energia USA un prestito a tasso agevolato di 5 miliardi e 900 milioni di dollari. Sono soldi pubblici. La Ford glissa sull’argomento, tant’è che non lo hai citato. E’ un fatto, non un’opinione.

 da CLAUDIO
Ok, basta così, messaggio ricevuto: “scurdammce u passato, simme e Napule paisà”… (solo un dettaglio sul mio testo: non ho citato i 5,9 miliardi di Ford solo perché non si riferivano al “salvataggio”, non sono mica l’avvocato della Ford)

 QUARTA ED ULTIMA RISPOSTA 
CLAUDIO, sai essere assai meglio di un PR. Per salvarsi, Ford ha impegnato tutto, compreso il marchio. Di qui l’alto indebitamento. Certo, lo ha fatto con il sistema finanziario prima che scoppiasse. Cosa che non fecero GM, grazie alla illuminata leadership dell’epoca, e Chrysler, posseduta dai geni della Cerberus. Ma per chiudere il cerchio – anzi, l’ovale – Ford chiese soldi anche ai contribuenti rivolgendosi al ministero dell’energia. Se non è zuppa è pan bagnato. E il fatto che Ford glissi sull’argomento la dice lunga. Tant’è che quando l’anno scorso lanciò un commercial in TV dove un finto cliente, davanti a un gruppo di finti giornalisti in una finta conferenza stampa, diceva che preferiva comperare un F150 perché Ford non aveva ricevuto fondi pubblici, successe il pandemonio; articoli sferzanti e servizi TV ironici. Risultato: il commercial fu prontamente ritirato. L’anno scorso, Ford ha fatto più danni all’immagine di Detroit di quanto tu non possa immaginare. A cominciare dai 56.5 milioni a Mulally e un fico secco ai colletti blu alla vigilia del rinnovo del contratto.

 E qui, presi dalla stanchezza e dalla fame serale abbiamo sospeso il dibattito. Ma, come sempre, la storia continua….